di Chiara Prizzi e Romano Simoni

 

L’Heijo Shin Dojo compie dieci anni

Venerdì 18 maggio 2007 il nostro Dojo ha festeggiato i dieci anni di attività; dieci, come gli anni di un bambino che si prepara all’esame di quinta elementare, e ci sembra che solo ieri balbettasse le sue prime parole.
Ma il tempo, meglio che con calendari o orologi, si misura osservando l’impiego che se ne è fatto e ciò che si è realizzato. Piuttosto che ripercorrerne la storia e seguirlo nei suoi spostamenti nel sud di Milano, da Riozzo a Casalmaiocco e infine a Balbiano, vale infatti la pena considerare cosa sia oggi l’Heijo Shin Dojo del Maestro Salvatore Schetto.

Chi assista ad una qualunque lezione di Karate all’Heijo Shin Dojo può constatare che questi dieci anni non sono stati affatto sprecati. Si è infatti creato un gruppo di oltre cinquanta atleti di tutte le età, in cui l’adesione alle regole del Dojo è fortemente sentita, fatta propria da ciascuno e non percepita come meccanica, o vissuta come un’imposizione forzata.
Seguendo la regola del Dojo Kun, cerchiamo infatti di rinnovare cuore, spirito e mente giorno dopo giorno, nella costanza e nell’amore per questa Disciplina, imparando con umiltà dal giorno precedente, e rinnovando soprattutto il nostro impegno nel percorre la “Via” che è il Karate-do.
Così, giorno per giorno, il Dojo si è rinnovato negli anni, ma sempre mantenendo una sua fisionomia ben riconoscibile. Chi entra a far parte di questo mondo non può non essere subito contagiato da una passione genuina, vissuta fino in fondo.

La lezione di venerdì 18 maggio sarebbe bastata da sola a mostrare il meglio del nostro Karate: il corso dei bambini e quello degli adulti, normalmente separati, hanno condiviso per poco più di un’ora le tecniche, i kata, il sudore, e soprattutto la determinazione, la coerenza e la semplicità di spirito con cui questa Disciplina insegna ad affrontare anche le situazioni più ardue.
Subito dopo l’intero gruppo dei praticanti ha festeggiato con un rinfresco preparato dagli atleti stessi e dai loro parenti, in una convivialità che esprime anche fuori dal tatami il desiderio e il piacere di stare insieme.

E come in questa, così in ogni occasione legata alla Federazione, in cui ci ritroviamo a partecipare come gruppo, cerchiamo di portare con noi il Karate-do, e gli insegnamenti del nostro Maestro, e di esserne ambasciatori fieri e determinati.
In occasione delle competizioni, ad esempio, non è diverso quando saliamo sul tatami di gara in prima persona, o quando sosteniamo i compagni, dai bambini ai veterani, impegnati a loro volta nella sfida, prima di tutto con se stessi, e poi con l’avversario. E se una volta non siamo riusciti ad esprimere il meglio di ciò che abbiamo appreso nel Dojo, ancora di più speriamo che vi riesca chi ha condiviso con noi impegno, fatica, dedizione.
E poi, con o senza coppe, ci si ritrova in palestra a proseguire la “Via”, da una parte consapevoli di aver partecipato alla gara per migliorare il nostro Karate (e non il contrario), dall’altra convinti che, come dice il Maestro Miura, “chi perde deve migliorare; anche chi vince deve migliorare”. 
Così proseguiamo giorno per giorno, aderendo appieno alle regole del Dojo, poiché un karateka non può andare avanti nella pratica se non condivide e non sente nel cuore i principi intrinsechi alla Disciplina che sta praticando.
Il Karate-do, per essere un’esperienza completa, appagante, che segni davvero la propria esistenza, che generi un carattere ed un modo di affrontare la vita differente da quello comune, e “migliore”, deve essere vissuto sino in fondo, non superficialmente, limitandosi alla sola tecnica, o all’esperienza all’interno del Dojo, chiudendolo però a tenuta stagna dal mondo esterno.
Per questo per noi il Karate-do non è solamente limitato alla pratica in palestra, ed alle attività ad essa connesse, ma ci è stato insegnato, e crediamo, che il Karate-do (ed è la parola “Do” a fare la differenza) è molto, molto di più: è sapersi sacrificare per raggiungere i propri obiettivi, saper fare gruppo con gli altri, ridere con loro, sudare con loro, è sapersi comportare in pubblico, sapere prendere delle decisioni, sapere cos’è il rispetto, cos’è l’umiltà. Questi insegnamenti ci sforziamo di portare sempre con noi, fuori e dentro il Dojo, nella nostra quotidianità.

Questa esperienza “totale” del Karate-do, e della realtà del Dojo, la dobbiamo però soprattutto al nostro Maestro, Salvatore Schetto. Se lui fosse stato diverso da come è, o se anche lo fossimo stati noi, tutto questo non si sarebbe potuto realizzare, e ovviamente non sarebbe ancora in cammino.
Perchè, ipotizzando il Dojo come una bilancia, su di un piatto si trova il Maestro, con il suo bagaglio di esperienze e di vita vissuta all’insegna del Karate, con la sua capacità di trasmettere agli allievi il proprio modo di viverlo e di lasciare che esso “viva” per lui (cioè che sia per lui una guida, giorno per giorno), e di trasmettere tutto ciò attraverso la tecnica, il sudore, i rimproveri e gli elogi, le gare, gli stage, e non ultime le esperienze insieme, fuori e dentro il Dojo; sull’altro piatto ci troviamo invece noi allievi, ed il nostro impegno per essere sempre attivi, recettivi, curiosi, propositivi, disposti al sacrificio, ansiosi di trarre dal Maestro quanto più possibile, e capaci di leggere “dietro le righe”, dietro la tecnica e le spiegazioni, l’essenza più vera del Karate-do, e di assorbirla come spugne, mettendola poi in pratica.
Se c’è tutto questo da parte dell’insegnante e da parte degli allievi, un Dojo è in equilibrio, e riesce a proseguire la “Via” in armonia. Poiché così facendo, anche il Maestro, insegnando, impara; così facendo egli riesce a trarre dai suoi allievi sempre nuovi spunti di miglioramento, in una spirale che salirà sempre verso l’alto.

Per questo sentiamo di dover ringraziare il nostro Maestro, in questa festosa occasione, sia per quanto detto in questo articolo, che per le sensazioni o i momenti invece difficili da descrivere a parole: il saluto iniziale che nella sua ritualità dà ogni volta il senso della continuità del “Do” che stiamo percorrendo; quello finale, che ci vede stanchi e talvolta ancora affannati per la pratica, il quale suggella dentro di noi la lezione appena conclusa, e la trasforma in “esperienza”; i kata eseguiti tutti insieme, nei quali i senpai ci promettono con l’esempio ciò che saremo e i kohai ci ricordano quello che siamo stati; ogni singolo “oss”, che racchiude gratitudine e umiltà, ma anche orgoglio di un’appartenenza, e che viene proferito con tanta maggior determinazione quanto minori sono le forze che ci rimangono in quel momento; o ancora la tecnica o la sequenza eseguita da soli davanti a tutti, che accomuna grandi e piccoli in un brivido di emozione che si impara col tempo a controllare.
Tutto questo e molto di più è l’Heijo Shin Dojo, ossia il Karate come il nostro Maestro ci ha insegnato a viverlo, e come con “spirito, cuore e mente rinnovati, giorno per giorno”, cerchiamo di viverlo noi.

Oss!

Chiara Prizzi e Romano Simoni
Allievi dell’Heijo Shin Dojo

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