di Romano Simoni

 

Kung Fu Panda

Ai primi di Settembre ho assistito con Giusy a “Kung Fu Panda”, l’ultimo film di animazione della Dreamworks di cui ci aveva parlato in anteprima Silvia mesi fa (peccato non averlo potuto vedere insieme!). Il cartone è molto simpatico e divertente e, malgrado la prevedibile morale (è una favola), risulta godibile anche per il pubblico adulto.
Non varrebbe la pena fare qui l’elenco delle banalizzazioni (inevitabili) percepibili da un praticante di arti marziali anche alle prime armi: lo spirito è ovviamente più vicino a quello dei film americani che alle filosofie orientali; e non basta in questo senso la bella sequenza in cui il vecchio maestro-tartaruga Oogway, che ha trovato la pace interiore a differenza del suo allievo Shifu, si dissolve docilmente nel tutto di cui è parte, in una nuvola di fiori di pesco – albero simbolo di immortalità nella tradizione cinese: più che del taoismo sono evidenti le suggestioni del capolavoro di Tim Burton “La sposa cadavere” (dove la protagonista si trasforma in una cascata di farfalle) e de “Il ritorno dello Jedi” (in cui il maestro Yoda ormai vecchio e provato si congeda dal suo giovane apprendista e scompare nella “forza” che tutto permea).   
E’ invece più interessante vedere cosa c’è di vero o di verosimile nella storia di questo Panda, fanatico del Kung fu ma apparentemente imbranato, che si trova (caso o predestinazione?) ad essere allenato dal maestro Shifu per fronteggiare un pericolosissimo evaso, Tai lung, antico allievo dello stesso Shifu.
E’ nella tradizione Disney (ma risale alle favole di Esopo e Fedro) utilizzare come protagonisti animali che si comportano come uomini pur mantenendo alcune caratteristiche della loro specie. In questo caso però la scelta degli animali è particolarmente significativa.
Il protagonista, Po, è appunto un panda gigante, animale simbolo della Cina anche se non legato direttamente alla storia delle arti marziali(1). La sua importanza come icona nazionale è esemplificata da un fatto curioso: un artista cinese, Zhao Bandi, ha chiesto le scuse dei produttori del cartone rei di aver dato al protagonista non solo un’oca come padre, ma soprattutto occhi verdi, colore considerato di cattivo auspicio.
Il maestro Shifu è invece un panda minore e ha un “nome parlante”: il termine “Shifu” è l’esatto equivalente cinese del nostro “Sensei” e significa proprio “maestro”.
Gli allievi di Shifu sono Tigre, Vipera, Gru, Mantide e Scimmia (doppiato nell’originale dal grande Jackie Chan). Tutti questi animali sono connessi alle arti marziali cinesi e in particolare agli stili di wushu(2) cosiddetti “imitativi”. Uno degli stili interni(3) del kung fu è infatti lo Xinyiquan(4), che presenta dodici forme(5) ispirate ad animali, tra cui compaiono quella della tigre (Huquan), della scimmia (Houquan)  e del serpente (Shequan).  
Quello della “mantide religiosa” (in cinese Tanglangquan) è sempre uno stile imitativo, ma a se stante, e appartiene alla categoria delle arti marziali esterne. Il suo tratto distintivo è la posizione di guardia, che prevede un kokuzudachi molto basso, le mani piegate in modo da assomigliare alle zampette della mantide e un lieve dondolamento che ricorda quello dell’insetto sul punto di attaccare.
Un altro stile esterno è l’Hung Gar(6). Tra i taolu di questo stile si trovano quelli chiamati “sottomettere la tigre” (Gong Ji Fook Fu Kuen) e “la tigre e la gru” (Fu Hok Seung Ying Kuen”)(7).
E’ sorprendente poi scoprire che anche animali apparentemente innocui hanno dato origine ad uno stile: è il caso della tartaruga e dell’oca, che come si è visto figurano anch’essi nel nostro cartone animato.
Parlando di Cina non poteva naturalmente mancare il drago. Nel cartone si parla di un mitico “guerriero drago”, il cui segreto è custodito in una pergamena inaccessibile (il sorprendente contenuto della quale è quanto di più “zen” si possa trovare nel cartone). Non stupisce che esista tra gli stili di Wushu anche il “Pugilato ad Immagine di Drago” (Longxingquan). Chissà se è voluto il paradosso per cui il cattivo che brama più di ogni altra cosa diventare il guerriero dragone si chiama Tai Lung, dove Lung (o Long) significa proprio “drago”. Altra coincidenza può essere che nell’Hung Gar, oltre a quelle riportate sopra, si trovano sia la forma del drago che quella del leopardo (e Tai lung è appunto un leopardo).
Alcuni elementi del cartone sono invece assolutamente inverosimili, come la strategia didattica escogitata dal maestro per addestrare l’allievo (esilarante e più efficace di “dai la cera, togli la cera”!) e ancora di più la stanza dell’allenamento nel “palazzo di giada”, che sembra una via di mezzo tra “tana delle tigri” e un museo delle torture: invece del tradizionale “uomo di legno”(8) ci sono ad esempio delle sagome che ricordano i fantocci delle giostre medioevali, ma anche uncini e getti di fiamma. Insomma si va ben al di là dell’allenamento degli aspiranti monaci di Shaolin, che già potrebbe sembrare ai limiti della sopportazione umana(9).
Se in questo caso prevale il gusto dell’iperbole e della parodia (che attraversa un po’ tutto il film), altrove gli aspetti sorprendenti non sono del tutto inventati. In un rocambolesco duello su un ponte sospeso (che ricorda più Indiana Jones che Bruce Lee) il malvagio Tai Lung sconfigge in rapida successione i cinque allievi “storici” di Shifu. Egli sembra dotato di conoscenze superiori e li paralizza toccando punti specifici del loro corpo. E’ un po’ quello che avviene (ripetutamente) nel cartone giapponese “Okuto no Ken” (dove i malcapitati addirittura esplodono), o nel finale del film di Tarantino ” Kill Bill”, con la vendetta definitiva della “sposa”. Ad di là delle esagerazioni cinematografiche questa pratica esiste davvero: in cinese è chiamata Dim mak e in giapponese Kyusho. Non è un’arte marziale autonoma, ma si trova associata a diverse discipline, soprattutto al kung fu e al kempo: consiste nel colpire in modo preciso anche se con una forza molto limitata particolari punti, provocando momentanea paralisi dell’arto o addirittura la completa perdita dei sensi. Nel nostro cartone solo Shifu e il suo maestro conoscono questa tecnica e decidono di non tramandarla più dopo il cattivo uso fattone da Tai Lung.  Non è forse un caso che quando in una delle scene più divertenti Mantide cerca di praticare l’agopuntura sul panda non ottenga altro che di paralizzargli il volto in una buffa smorfia: il principio del dim mak è infatti lo stesso dell’agopuntura, che va a stimolare particolari centri nervosi.
Un’altra arte marziale cinese molto nota in occidente è il Taijiquan (pugno supremo assoluto). Vengono alla mente i documentari sulla Cina in cui schiere di anziani eseguono movimenti armoniosi e coreografici in mezzo al verde di un parco: sembra di essere lontani mille miglia dalle incredibili prestazioni acrobatiche del Kung fu, quali appaiono ad esempio nei film o negli spettacoli che i monaci Shaolin portano in giro per il mondo. In realtà non è così. Il Taichi è strettamente connesso al wushu tanto da costituirne la naturale integrazione: è lo stile “interno” per eccellenza ed è sentito come addirittura superiore agli stili esterni. Non è infatti solo per il fatto che richiede un minore sforzo fisico che i maestri di Kung Fu, quasi sempre anche maestri i Taiji, con l’avanzare dell’età si dedicano sempre di più a questa pratica marziale. Cosa c’entra questo con “Kung Fu Panda”? C’entra: il vecchio maestro tartaruga, prima di impartire l’ultima lezione al suo allievo, esegue sotto il pesco proprio una forma di Taiji che sembra la perfetta espressione della sua vigile serenità.

Dopo aver fatto salti mortali degni di una mantide per svelare il meno possibile della trama, cosa  aggiungere se non  “buona visione”?

Note:
(1) E’ almeno possibile che i realizzatori di Panda Kung fu si siano ispirati, per l’associazione tra panda e pratica marziale, al manga “Ranma nibun no ichi” (Ranma ½), dove però si racconta di un uomo che dal Giappone si reca in Cina per approfondire lo studio delle arti marziali e si trasforma per magia – ma non irreversibilmente – in un panda gigante.
(2) Il termine “wushu” è quello preferito attualmente in Cina e significa semplicemente “arte marziale”. La parola “kung fu”, che viene tradotta a volte come “lavoro faticoso” altre con “esercizio eseguito con abilità”, ha avuto grande successo a partire dai film degli anni ‘70.
(3) Con “stili interni” si intendono quelle arti marziali che attraverso movimenti morbidi e apparentemente rilassati mirano al potenziamento dell’energia interiore o chi. Si contrappongono agli stili “esterni” (o duri) che perseguono lo stesso scopo attraverso l’allenamento fisico del corpo nelle sue componenti non solo di coordinazione, ma anche di resistenza e velocità. Tra le arti marziali giapponesi l’unica che nella concezione si avvicina agli stili interni è l’Aikido.
(4) Il suffisso “quan” che figura in molti stili marziali cinesi significa “pugno” o “pugilato”.
(5) Il kung fu li chiama “taolu” ed equivalgono ai nostri kata: sono mediamente più lunghi perché tendono ad essere simmetrici, un po’ come se noi eseguissimo kata e urakata di seguito.
(6) Si tratta di uno stile del sud e per questo meno “acrobatico” e più basato su stabilità e potenza. Per alcune posizioni ricorda molto il Karate tradizionale.
(7) Si tratta di una sequenza molto lunga, nella prima parte della quale si hanno tecniche molto potenti alternate a colpi con la mano semichiusa ad imitare gli artigli della tigre, mentre la seconda esalta l’equilibrio e prevede tecniche simili al nostro kakuto uke.
(8) Il Muk  Yan Chong è costituito da un palo verticale in cui sono infissi tre bastoni corti paralleli tra loro – due sopra e uno centrale sotto – ad altezza delle braccia ed un bastone più lungo che poggia a terra incurvandosi all’altezza delle ginocchia. E’ usato soprattutto nel wing chun ma anche in altri stili, ad esempio il Tanglang, per addestrarsi al combattimento sulla corta distanza (è infatti tipico degli stili del sud della Cina) attraverso esercizi eseguiti in velocità.
(9) Ad ore antelucane ad esempio scendono una lunghissima scalinata e la risalgono a quattro zampe; tengono a lungo kibadachi bassissimi, con ciotole in equilibrio sulle cosce e sulla testa; devono spegnere la fiammella di una candela con lo spostamento d’aria del chokotsuki, eseguono infiniti nukite dentro a sacchi di riso per rafforzare le dita, e così via.

Oss!

Romano Simoni
Allievo dell’Heijo Shin Dojo

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