Certo che i problemi a cui nella vita si va incontro sono ben più seri e importanti, tuttavia, chi tiene a cuore il Karate desidera che lo si pronunci nel modo corretto, fosse anche solo per una questione di principio. Ditemi che non fareste lo stesso se chiamandovi Elena qualcuno lo pronunciasse Elèna? Oppure Lòrenzo? O ancora Dànilo? E così via…
Sinceri… soprassedereste?

Ecco allora una spiegazione chiara e sintetica sulla giusta pronuncia.

Approfondimento

A tutti, atleti e non, sarà capitato almeno una volta di sentire pronunciare la parola “Karate” in due o tre modi differenti, e di chiedersi quale fosse quello corretto. La pronuncia italiana che più di tutte si avvicina alla parola giapponese è “Karatè”, ma senza marcare l’accento, e nonostante qualcuno da tempo abbia fatto circolare pronunce come Kàrate, o peggio ancora Karàte (una delle più diffuse), che non può non ricordare la località Carate Brianza vicino Milano.

Di fatto in nessun video in lingua giapponese si sente dire “karàte”, semplicemente si può ascoltare il termine pronunciato in maniera quasi neutra, con un lieve peso maggiore sulla sillaba finale “te”.

Per andare incontro ai più curiosi, si può fare più chiarezza dando qualche cenno storico:

Il termine Karate risale all’epoca in cui il Maestro Gichin Funakoshi portò da Okinawa a Tokyo l’antica arte da combattimento dell’isola, che fino ad allora veniva genericamente denominata “To-de”, ossia “Mano della Cina”, a testimonianza dell’origine di tale disciplina.
Il termine “To-De” fu in seguito modificato nella pronuncia degli ideogrammi dallo stesso Funakoshi, divenendo “Kara-Te”, ossia variando il primo ideogramma (da “To” a “Kara”, e mantenendone inalterato il significato) e leggendo diversamente il secondo (“De” e “Te” significano infatti entrambi “mano”). Successivamente il Maestro cambiò anche la grafia del termine, mutando l’ideogramma della parola “Kara” e facendogli assumere tanto il significato di “Cina” quanto quello di “Vuoto”.
Da allora il termine “Karate” fu identificato come “l’arte della mano vuota”.

Dunque, essendo “Karate” un termine giapponese, nonostante sia entrato da anni nel dizionario della lingua italiana (fa piacere constatare che molti dizionari riportano la corretta pronuncia) va indubbiamente letto come farebbe un giapponese, allo stesso modo in cui in Italia cerchiamo di non storpiare le parole inglesi di uso comune (computer, week-end, part-time ecc.).

Tuttavia, mentre secondo la grammatica italiana le parole tronche in vocale, dal bisillabo in poi, vanno sempre accentate (ad esempio come le parole composte “autogrù” o “viceré”), la lingua giapponese non ha accenti, perché ogni sillaba ha lo stesso peso come pronuncia; dunque in quest’ottica si dovrebbero leggere le due parole separatamente, “Kara-te”.

Peraltro il termine “Karate” è stato in origine tradotto dagli ideogrammi impiegando il sistema di traslitterazione Hepburn, inventato in Inghilterra nel 1867 per trascrivere i suoni giapponesi in caratteri latini, e che dunque risentendo dell’influenza anglosassone non richiede l’uso degli accenti.

Dunque ricordate: il termine va scritto tutto attaccato e senza accento, “Karate”, ma va pronunciato correttamente “Karatè”.

***

Come giusta conclusione, crediamo valga la pena tornare indietro di qualche anno per sentire questi bambini dello Zecchino D’oro in una canzone in tema con quanto detto sinora. Buona visione 🙂

Una chicca: tra i bimbi del coro c’é anche la famosa, allora bambina, Cristina D’Avena.

 

Il Karatè – Zecchino D’oro 1971

Il Karatè – Zecchino D’oro (versione KARAOKE)

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