L'evoluzione è fattibile grazie all'esperienza di chi ci ha preceduto, facendone tesoro.

 

 

I principali ostacoli al raggiungimento del successo personale sono la debolezza di propositi e la mancanza di impegno

 

 

La tua strada può essere lunga o corta, ma se non fai il primo passo sarà infinita.

 

 

Non cercare la via per vincere gli altri, ma la strada per superare te stesso.

   

 

Il miglior riconoscimento per la fatica fatta non è ciò che se ne ricava, ma ciò che si diventa grazie ad essa.

Il saluto e il suo significato

“Non bisogna dimenticare che il Karate comincia con il saluto, e termina con il saluto”. In questa, all’apparenza, semplice frase che costituisce il primo dei Venti Precetti della Via del Karate del M° Gichin Funakoshi, sta il cuore del Karate-do, più specificatamente costituisce lo spirito della cultura orientale e di quella giapponese in particolare. Cultura che noi occidentali praticanti di Arti Marziali tentiamo giorno per giorno, tramite l’allenamento e il contatto con una realtà così diversa, di fare nostra e di mettere in pratica, nella sua apparente semplicità.

– REI – Il termine giapponese che indica il saluto è REI, una parola che porta con sé l’immagine dei formali rituali di saluto, della inflessibile cortesia ed etichetta dei giapponesi, ma che nell’ambito del Karate forse raggiunge la sua espressione più profonda. Il saluto del Karateka è il simbolo della propria intenzione a percorrere e praticare la via, il “Do”, nella dedizione verso il proprio Maestro, e nel rispetto verso i propri compagni.

Secondo le circostanze vengono utilizzate diverse forme di saluto, che possono essere riassunte come segue:

Shizen ni rei: saluto allo spirito protettore del Dojo, all’altare o agli antenati; – Shomen ni rei: saluto verso il punto più importante del Dojo; – Shihan ni rei: saluto ad un Maestro di grado molto elevato; – Sensei ni rei: saluto al Maestro; – Senpai ni rei: saluto verso l’allievo più anziano di grado; – Otagai ni rei: saluto reciproco tra i praticanti.

– SEIZA – L’inizio e la fine di una lezione è caratterizzato dal saluto, i praticanti si allineano davanti allo Shomen e all’ordine di SEIZA (che origina dagli ideogrammi di SEI, “corretto”, e ZA, “seduto”) ci si inginocchia seduti sui talloni, quindi si recita la regola del “Dojokun” ed infine ci si inchina a salutare lo Shomen e poi il Sensei. L’inchinarsi ha molteplici significati, sia dal punto di vista degli allievi che del Maestro: ogni allievo infatti ringrazia il proprio Maestro e si dichiara pronto ad impegnarsi e seguire i suoi insegnamenti con tutte le proprie forze; il Maestro nell’inchinarsi agli allievi si dichiara sempre disposto ad insegnare e ad aiutarli. Nella posizione di “seiza” la schiena è diritta, il mento leggermente arretrato, le mani sono appoggiate sulle cosce, e soprattutto occorre stare rilassati, ma non troppo, perché nella pratica del Karate non si deve mai essere “troppo” rilassati.

– MOKUSO – La mente deve essere sempre pronta e vigile, per questo durante il MOKUSO (che origina dagli ideogrammi di MOKU, “silenzio”, e SO, “pensare”) al contrario di ciò che molti credono e cioè che la meditazione serve a vuotare la mente (sia chiaro, in alcune situazioni è così), Mokuso significa invece diventare pienamente coscienti dei propri pensieri, aspirazioni e desideri. L’ideogramma SO, infatti, contiene parti che significano occhio e mente, che messi insieme significano “guardare nel proprio cuore”.

All’inizio della lezione, il Mokuso dovrebbe servire infatti a lasciare fuori (soprattutto oggigiorno) la realtà esterna, tanto diversa e fuorviante da quella che ci si impegna a vivere nel Dojo; bisognerebbe riaprire gli occhi alla fine di questo Mokuso con lo spirito rinnovato, pronto, e con l’intento di vivere appieno una lezione da vero karateka. Alla fine della lezione, il Mokuso dovrebbe essere inteso come un momento di riflessione sul tempo speso nel Dojo, dove si ringraziano il proprio Dio, i propri genitori, o il “destino fortunato” che ci ha concesso la salute, la forza ed il tempo di andare ad allenarsi; e naturalmente si ringrazia il Maestro per gli insegnamenti ricevuti.

– OSS – Un altro termine che completa il cerimoniale del saluto di inizio e fine lezione, ma che è utilizzato quotidianamente nella pratica del Karate, è la parola “OSS”. Il termine originario era OSU, utilizzato per esprimere più cose che vanno dal saluto, al commiato, al grazie o come segno di comprensione a una spiegazione del Maestro. L’ideogramma che raffigura l’O significa “spingere” e simbolizza il massimo dello sforzo che si è in grado di dare. Il suffisso SU significa “perseverare tenacemente”. OSU è dunque un impegno morale a far sempre del proprio meglio e a perseverare nel tempo. SU da solo, significa anche “stare in silenzio” e questo carattere è composto da due radici che significano “lama” e “cuore”. Il concetto di perseveranza dei giapponesi comprende quindi l’idea di rimanere in silenzio anche se il cuore viene passato da una lama; in altre parole, considerando più ampiamente la vita e le sue molteplici difficoltà, può intendersi come “Io passo attraverso la sofferenza”, oppure “Io passo attraverso la gioia”, o ancora “Io passo attraverso tutto”.

Osu

Il Karate è un Arte che richiede una gran parte di autoriflessione, e l’autoriflessione ha più a che fare con profonde verità apprese direttamente strada facendo che con premi o gratificazioni estemporanee. Ogni volta che pronunciamo OSS o OSU, ricordiamoci quindi che è un impegno a lavorare intensamente, e a perseverare consapevoli che stiamo facendo qualcosa per noi stessi e non per avere gloria, riconoscimenti e onori. Se ogni volta che pronunciamo questa parola ci sentiamo onesti nel cuore ed orgogliosi di noi e di quello che facciamo, allora possiamo pensare di essere sulla strada giusta.

OssOSS! (Io passo attraverso la sofferenza)

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