di Romano Simoni

In diversi blog di discussione di arti marziali il Taikyokushodan è considerato un kata “sopravvalutato”, su cui non vale la pena di spendere troppo tempo, un “esercizio didattico” per bambini più che un vero kata. Prova ne sarebbe la mancanza di una posizione unitaria tra gli stili di derivazione Shotokan sulla sua adozione nei loro programmi. Gli argomenti utilizzati sono sostanzialmente i seguenti:

  1. non è un kata tradizionale ma recente, e tutte le sue tecniche sono già contenute in Heian shodan;
  2. è lontano da situazioni reali e i bunkai non sono verosimili;
  3. è troppo meccanico, privo di “ritmo”;
  4. non insegna elementi importanti nel combattimento come la distanza e la scelta del tempo;
  5. le rotazioni sono fine a se stesse;
  6. non sfrutta il movimento delle anche;
  7. è noioso e ripetitivo per i praticanti perché tecnicamente povero.

Ma il Taikyokushodan è davvero uno strumento didattico inattuale? Se così tanti praticanti  continuano a eseguirlo è solo in ossequio al fondatore dello Shotokan, quasi per un medievale “principio di autorità” ?

Esporrò in merito quello che è il mio punto di vista, sottolineando che si tratta della valutazione personale di un semplice allievo.

Per cominciare non sono convinto che Taikyokushodan sia davvero così facile da risultare “noioso”. 

Esso effettivamente prevede due sole posizioni (heikodachi e zenkutsudachi) e due sole tecniche (gedan barai e oitsuki), ma gli spostamenti, se si eccettuano quelli lineari, non sono per nulla elementari. Sono previste infatti quattro rotazioni a 90°, di cui due in zenkutsudachi, una da heikodachi a zenkutsudachi e una da zenkutsudachi a heikodachi; a queste si aggiungono tre rotazioni di 180° col perno sulla gamba posteriore e due di 270° con perno sulla gamba anteriore. E’ questo che si rivela più difficile da padroneggiare per un principiante e su cui anche le cinture superiori nel tempo devono continuare a lavorare in merito al controllo del baricentro, della forza centrifuga e della fluidità.

Perché quindi un kata dalle tecniche semplici ma dagli spostamenti già impegnativi?

Complementare alla domanda è l’osservazione che a questo kata pur così basilare si può applicare anche un bunkai evoluto (ura bunkai), tutt’altro che forzato. Nel tempo ho infatti notato che diverse tecniche di leva o proiezione che ho appreso nel Dojo, con le quali è possibile liberarsi da una presa o agire su un attacco avversario, si possono adattare perfettamente, con un minimo scarto dal fondamentale, al Taikyokushodan, dando importanza (o trovando ulteriore giustificazione) ad alcuni aspetti su cui si insiste nell’insegnamento: nella partenza, lo spostamento del peso sulla gamba destra senza avvicinare la gamba sinistra ma abbassando il baricentro, o a un livello un poco più alto, la contro torsione verso destra prima della rotazione a sinistra; il caricamento del gedan barai; l’indipendenza della mano destra in hikite rispetto al busto nelle rotazioni a 90°; la necessità di richiamare il piede sinistro sull’asse del corpo, che deve rimanere verticale, nella rotazione di 270°.

Questo vuol dire che il kata mescola elementi semplici e altri più complessi perché era fin dall’inizio finalizzato a essere letto a più livelli come gli altri kata? Ovviamente no, anche se è quanto avviene di fatto nello studio di un karateka.

Dunque qual è la natura di questo kata?

Ho provato a rispondere cercando qualche informazione sulla storia del Taikyoku. E’ necessaria però una premessa. Siamo istintivamente portati a pensare che i kata più semplici siano nati prima e quelli più complessi dopo, perché è così che funzionano l’evoluzione umana e l’apprendimento individuale in tutti i campi, come si osserva anche nella comune esperienza: si impara a gattonare, poi a camminare e poi a correre. Si disegna, si scrive, si parla in modo infantile e poi ci si raffina. Ma l’insegnamento segue una strada opposta a quella dell’apprendimento: si va dal difficile al facile, per creare quella gradualità che permetta all’allievo di percorrere tutte le tappe necessarie. La pubblicazione scientifica precede l’opera divulgativa che ne rende note al grande pubblico le conclusioni in termini semplificati.

Così è stato anche nella didattica del karate. I kata Heian (Pinan in origine) sono infatti stati elaborati e introdotti tra la fine dell’Ottocento e il 1905 dal Maestro Anko Itosu a Okinawa, utilizzando elementi di kata come Kanku dai (Kusanku in origine), Bassai dai (Passai dai), Jion e altri. Lo scopo era di creare forme semplificate rispetto ai kata tradizionali, adatte alla diffusione della pratica nell’insegnamento scolastico. A partire dal 1936 i principali maestri di Okinawa hanno cominciato a elaborare i Fukyu kata (letteralmente “forme per la divulgazione”), con il duplice scopo di creare una base comune ai diversi “stili” e di fornire ai principianti delle forme propedeutiche all’apprendimento dei Pinan. Nel frattempo, dagli inizi degli anni Venti, Gichin Funakoschi si era trasferito in Giappone, dove aveva preso a insegnare. Anche a lui nel tempo si presentò il problema che molti allievi si scoraggiavano davanti agli Heian, trovandoli già ardui. Perciò all’inizio degli anni Quaranta il Maestro, su impulso e con l’aiuto del figlio Yoshitaka, mise mano a sua volta ai Fukyu kata, ma apportando un’ulteriore semplificazione: quella che era la forma base, il Fukyu kata ichi, diventò il Taikyoku sandan. Tuttavia il fondatore dello Shotokan sentì il bisogno di codificare contestualmente due forme ancora più basilari, il Taikyoku shodan e il nidan.

Funakoshi aveva già mostrato questa attenzione alla gradualità, forse anche in virtù della sua professione di insegnante di scuola elementare, quando tra il 1922 e il 1924 aveva modificato l’ordine degli Heian usato da Itosu e mantenuto a Okinawa, collocando quello che nello Shotokan è lo Shodan prima del Nidan, ritenuto a ragione più difficile. In quest’ottica si capisce che un kata propedeutico a Heian shodan doveva basarsi su quest’ultimo rendendolo ancora più schematico, mantenendo solo lo zenkutsudachi con il gedan barai nelle rotazioni e l’oitsuki nei movimenti lineari; è infatti l’unico kata divisibile in due parti identiche . Si consideri anche che al tempo di Gichin Funakoshi non si usava abitualmente il kihon, quindi il Taikyoku shodan doveva assolvere alla funzione di quello, proponendo poche tecniche e ripetitive, ma applicate a un embusen derivato dagli Heian. Questo spiega dunque l’associazione di tecniche elementari a rotazioni e principi che attraverso gli Heian risalgono a kata superiori e permettono nel bunkai gli sviluppi più ampi cui accennavo all’inizio.

Dunque è vero che, come vogliono i critici del Taikyokushodan, questo è uno strumento didattico recente e non una forma tradizionale. Ma è un limite, questo? Non sono forse tutti i kata, anche gli Heian, e perfino quelli più antichi, degli “strumenti didattici” ossia sequenze finalizzate all’apprendimento di specifiche tecniche e all’assimilazione di automatismi? Si tratta pur sempre di costruzioni arbitrarie, che condensano l’insegnamento di chi le ha prodotte o modificate, non sono dei feticci o verità cristallizzate, ma utilissimi strumenti di lavoro, passibili di interpretazioni personali, modifiche e aggiustamenti che li hanno resi nel tempo più efficaci e funzionali. 

Quanto alla scarsa applicabilità del bunkai di questa forma propedeutica occorre fare di nuovo un passo indietro. Quando il Maestro Itosu crea i Pinan per l’insegnamento del karate ai più giovani e su larga scala, semplifica le tecniche e conserva nel bunkai di base (omote bunkai) quelle meno pericolose, ossia parate, pugni e calci, mentre le leve e le proiezioni risultano meno evidenti. Questo processo continua anche con Funakoshi, che nel passaggio dai Pinan agli Heian non solo adotta le posizioni basse che saranno un tratto distintivo dello Shotokan, ma introduce movimenti più ampi, chiari e lineari. Questo adattamento è già evidente se si confrontano l’Heian shodan con il Pinan nidan da cui deriva. Il tate mawashi tetsui uchi in kokutsudachi sul posto della prima tecnica si trasforma in un gedan barai in zenkutsudachi. Le tecniche seguenti sono le stesse, fino agli ultimi quattro shuto uke, che nel Pinan sono gedan ed eseguiti in kibadachi, mentre nell’Heian sono chudan e in kokutsudachi. Ma la differenza principale è nell’enbusen e coinvolge le rotazioni: dopo il primo kiai, dove nel Pinan si ha mawatte gedan barai a 225°, nell’Heian lo spostamento è a 270°; dopo l’oitsuki avanzando, nel Pinan c’è una rotazione di 90° contro quella di 180° dell’Heian, con la conseguenza che dopo l’oitsuki lineare il gedan barai che precede i tre oitsuki è di soli 45°, mentre è a 90° nell’Heian. Dopo il secondo kiai si ripete lo stesso schema per i quattro shuto uke. La conseguenza di queste differenze è che il bunkai base del Pinan è più immediato, mentre le rotazioni così ampie di Heian shodan appaiono inverosimili: parare un attacco da destra ruotando di 270° anziché di 90°, o fronteggiare un avversario che arriva alle spalle spostando il piede anteriore anziché quello posteriore è macchinoso e antieconomico; inoltre in questi casi, se ci si attiene rigidamente all’enbusen, quando Tori attacca segue una linea che corrisponde alla conclusione del movimento di Uke, ossia colpisce non dove Uke si trova ma dove sarà dopo essersi mosso (tanto più se le posizioni sono lunghe e basse). Questo sembra dar ragione ai detrattori: le rotazioni appaiono fine a se stesse e il bunkai poco funzionale. Ma bisogna domandarsi quale sia lo scopo con cui Funakoshi ha creato il Taikyokushodan da un Heian shodan già modificato: esso è una premessa, un prerequisito, non nasce in vista di un’applicazione immediata, infatti il Maestro non ne propone alcuna . Le rotazioni hanno proprio lo scopo di imparare il controllo del baricentro per mantenere l’equilibrio che permette di concludere il movimento con una posizione di zenkutsudachi corretta, alternando fluidità e contrazione finale; sono abilità che potremmo definire “trasversali”, necessarie nei kata successivi e in generale nella pratica . Esse infatti si giustificano perfettamente se applicate a liberazione da prese, leve e proiezioni in un bunkai più evoluto, come accennavo all’inizio. Questo non toglie che il bunkai fondamentale è comunque utile come punto di riferimento per Uke, che comprende il senso delle tecniche che esegue, e come esercizio di cinestesia per Tori che deve valutare la propria posizione nello spazio e quella di Uke, adattandosi.

Se Taikyokushodan è costruito esclusivamente con pezzi di Heian shodan, si può obiettare, non ha alcuna autonomia né utilità. In realtà, se con Taikyokushodan l’allievo può concentrarsi su pochi elementi fondamentali, quando affronta il primo Heian è in grado di dedicarsi più specificamente allo shuto uke in kokutsudachi, e al tatemawashi tetsui uchi in renoji dachi, mentre il resto è consolidamento di quanto già appreso. Per un principiante, soprattutto se è un bambino di 6/7 anni, dover affrontare in una volta sola tutto ciò che si richiede in Heian Shodan può essere difficoltoso, oggi come ai tempi di Gichin Funakoshi. Viceversa, data la sua linearità e ripetitività, il Taikyokushodan è ottimo per essere allenato da un principiante anche ura kata, così da automatizzare le rotazioni speculari e imparare a gestire meglio il corpo nello spazio.

Passo alle altre perplessità evidenziate in apertura. Il Taikyokushodan non sarebbe utile per approcciarsi al combattimento, perché non lavora su distanza e scelta del tempo. In realtà questo è nella natura stessa di ogni kata e non una specificità del Taikyokushodan. I kata nascono per l’autodifesa, non per il combattimento da gara. E’ noto infatti che essi iniziano sempre con una parata, quindi presuppongono un aggressore o un avversario che faccia la prima mossa, e anche nel corpo del kata le tecniche di offesa generalmente seguono la difesa o vengono eseguite contemporaneamente a essa. Non è un caso che il significato di Taikyokushodan sia “prima causa”, nel senso, spiega Funakoshi, che “non c’è vantaggio nel karate nell’attaccare per primi . Il kumite è un’altra cosa, tanto che viene allenato con esercizi specifici come i combattimenti preordinati. Se così non fosse, Funakoshi non avrebbe elaborato già nel 1935, dunque prima dei Taikyoku, il Ten no kata, “il kata del cielo” a questo scopo.

Mi lascia perplesso anche il discorso sul mancato uso delle anche in questo kata. E’ evidente che quando un principiante apprende la sequenza, nessuno pretende che esegua il movimento di controtorsione nella prima tecnica o che pari con gedan barai in apertura al termine delle rotazioni, come farà in seguito; ma già negli oitsuki si comincia fin da subito ad assimilare il movimento dell’anca, che anzi lo Shotokan enfatizza rispetto alle altre scuole.

Lo stesso vale per la questione della monotonia del “ritmo”. Anzitutto è vero che un esercizio che era sentito come kihon doveva essere meccanico e scandito, ma non è detto che questo sia un limite. Già mantenere un ritmo costante, senza accelerazioni o rallentamenti, può essere tutt’altro che scontato all’inizio, se ci si deve concentrare sulla chiusura e la precisione delle tecniche. In secondo luogo nulla vieta, quando è consolidato tutto il resto, di unire le tecniche, ad esempio parata / contrattacco o il secondo e il terzo oitsuki presupponendo uno stesso avversario. Anzi, è proprio ciò che avviene nel corso della pratica quando si acquisisce maggior consapevolezza e ci si può applicare a un bunkai sempre fondamentale ma più verosimile. Lo stesso Funakoshi, afferma infatti che “i Taikyoku sono formati da unità, con parate seguite da singoli attacchi” e che “bisogna esercitarsi fino a quando queste combinazioni di parata-attacco possono essere eseguite in un’unica respirazione e in un solo movimento del corpo”.

Tutto ciò per arrivare a verità evidenti ma non banali. La prima è che anche dietro realtà apparentemente elementari ci sono molto lavoro, studio, elaborazione, e la semplicità è spesso un punto di arrivo cui guardare con ammirazione dopo averne approfondito il significato, piuttosto che con superficiale supponenza. Questa è l’importanza della gradualità, che è una lezione fondamentale del Maestro Funakoshi.

La seconda è che vale comunque sempre la pena eseguire Taikyokushodan a qualunque livello, e farlo con soddisfazione, perché ci tiene in contatto con le basi, ma ci permette anche di osservare nel tempo i nostri progressi, come un affidabile quanto rodato strumento di precisione; si scopre così come pochi principi fondamentali che si basano sulla meccanica del corpo umano, sulla fisica e la geometria, appresi passivamente all’inizio e interiorizzati nel tempo, si rivelino determinanti per l’efficacia di un’applicazione evoluta. Come dice infatti Funakoshi: “questa forma ha il carattere più profondo e unico al quale, una volta padroneggiata l’arte del karate, un esperto tornerà per selezionarlo come kata di allenamento definitivo.”

Taikyoku Shodan eseguito dai partecipanti al 1° Raduno delle Tigri e dei Tigrotti

Oss!

Romano Simoni
Allievo e Maestro Heijo Shin Dojo

[1]      Solo a titolo esemplificativo si può vedere il seguente video: https://www.youtube.com/watch?v=b50FYvU7cIc
[2]      Per approfondire la genesi dei Pinan e il loro rapporto con il misterioso kata perduto Channan, si può leggere: Manuel Vignola, I Pinan/ Heian, il cavallo di Troia di Itosu: https://karate-shorin-ryu-piemonte.webnode.it/news/i-pinan-heian-il-cavallo-di-troia-di-itosu/?utm_source=chatgpt.com
[3]      Per approfondire gli aspetti storici e il legame tra Taikyoku, Taiji e Taoismo si può leggere:  Massimo Braglia, Taikyoku, il kata per forgiare le tecniche fondamentali: https://www.karatedomagazine.com/2022/12/19/nascita-dei-kata-taikyoku/
[4]      Questo kata si caratterizza per l’uso dell’uchiuke in kokutsudachi nelle rotazioni a 180° e 270°. Va osservato che quello che oggi viene praticato come Fukyu kata ichi nello Shorin ryu è molto diverso dalla forma cui qui si fa riferimento, pubblicata la prima volta nel 1938: prevede infatti anche traiettorie a 45° e se nella prima parte è vicinissimo al Taikyokushodan – fatta eccezione per l’alternanza di posizioni schiacciate in parata e alte in attacco – utilizza nella seconda metà del kata anche ageuke, gyakutsuki e oitsuki jodan.
[5]     La pubblicazione ufficiale dei kata Taikyoku avviene nella seconda edizione di Karate do Kyohan, 1956. Le citazioni successive fanno riferimento all’edizione inglese del 1973, da cui si traduce.
[6]     Questa esigenza non fu condivisa da scuole o stili di derivazione Shotokan come Shotokai, Kase-ha, Wado-ryu e federazioni Shotokan come JKA non tradizionale, che iniziano l’insegnamento con Heian /Pinan shodan considerando i Taikyoku troppo semplici. Viceversa altre organizzazioni del filone Shotokan hanno elaborato nuovi Taikyoku, come lo yondan, il godan, il rokudan, con l’inserzione di age uke, soto uke, calci maegeri e yokogeri o la poszione kibadachi. La maggior parte delle federazioni Shotokan, però, utilizza il solo Taikyokushodan, ritenendolo sufficiente per affrontare poi gli Heian. Il successo di questo kata è testimoniato dalla sua adozione al di fuori dello Shotokan, da parte dello stile Kyokushin e di alcuni dojo dello Shito ryu, Wado ryu e Goju ryu, e si ritrova perfino nell’arte marziale coreana Tang Soo Do, col nome di Kicho Hyung Il Bu.
[7]     Nel testo citato, a p. 48 accenna solo al “visualizzare realisticamente gli avversari tutto intorno a sé”.
[8]     Funakoshi descrive le rotazioni senza soffermarsi su di esse, parlando solo di “comprendere i punti cardinali”. Tuttavia quando afferma che “una volta che uno è in grado di eseguire le forme di Taikyoku con competenza, può comprendere gli altri kata con relativa facilità” (p.42) intende che padroneggiarne l’enbusen e i cambi di direzione facilita nell’apprendimento di tutti i kata successivi. In questo senso definisce i Taikyoku Kata “il prototipo stesso di un kata di karate.”
[9]     Anko Itosu nel 1908 indirizza una lettera al Ministero dell’educazione giapponese spiegando che “Il karate non è pensato per combattere contro un singolo avversario. Serve per evitare di essere feriti da teppisti o malintenzionati.”
[10]     Op. cit. p. 35. Il vocabolo, chiosa il traduttore (p. 42), “è un termine filosofico che definisce il macrocosmo prima della sua differenziazione tra cielo e terra, ossia il caos o il vuoto”.
[11]     Op. cit. pp. 202 ss. Vi si prevede prima una serie di tecniche eseguite in successione da entrambi i lati, dopo ognuna delle quali si torna in heikodachi, in avanti nella prima parte che prevede l’attacco, indietro nella seconda con parata e contrattacco. Questo kata fu elaborato come propedeutico al kumite e prevedeva l’applicazione.
[12]     Op. cit. p. 47- 48
[13]     Op. cit. p. 42

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