C’era una volta un Maestro.

Nessuno ricordava con certezza quale fosse la sua arte. Alcuni dicevano che fosse un gioco di precisione, altri una disciplina antica tramandata da generazioni. C’era chi lo aveva visto muovere le mani con una delicatezza incredibile e chi lo aveva osservato affrontare una sfida con una calma che sembrava impossibile.

Ma tutti, dopo averlo incontrato, erano d’accordo su una cosa: ciò che faceva sembrava magia.

Per gran parte della sua vita il Maestro visse in una piccola accademia nascosta tra le vie di una vecchia città. Non c’erano insegne luminose, né folle ad attenderlo fuori dalla porta. C’erano soltanto una sala semplice, pochi strumenti e alcuni allievi disposti a dedicare anni della propria vita alla ricerca della perfezione.

Il Maestro era un uomo severo.

Non regalava complimenti facilmente e non accettava scorciatoie. Ogni errore veniva analizzato, ogni esitazione veniva corretta. Molti lo trovavano duro, persino distante, ma chi rimaneva abbastanza a lungo accanto a lui comprendeva il motivo della sua severità.

Il Maestro non voleva creare persone capaci di copiarlo.

Voleva creare persone capaci di pensare.

«Un errore non è una sconfitta» ripeteva spesso. «È una porta che si apre verso qualcosa che ancora non conosciamo.»

Per questo la sua arte non era mai uguale a se stessa.

Ogni giorno cambiava qualcosa. Un movimento, un principio, un modo di affrontare una difficoltà. Il Maestro imparava dai suoi allievi tanto quanto loro imparavano da lui. La sua conoscenza non era una statua scolpita nella pietra, ma un fiume che continuava a scorrere.

In quegli anni, chiedergli una fotografia era quasi impossibile.

Quando qualcuno gli domandava un’immagine insieme, lui sorrideva appena e rispondeva:

«Una fotografia può conservare il mio volto, forse un gesto. Ma non può contenere ciò che accade davvero quando due persone cercano di comprendere qualcosa.»

Per lui il sapere non poteva essere catturato.

Doveva essere vissuto.

Poi, però, il mondo iniziò a cambiare.

La fama del Maestro crebbe lentamente. Prima arrivarono persone dalle città vicine, poi da tutta la regione. In seguito il suo nome attraversò i confini del Paese, arrivando in Europa e persino oltre l’oceano.

Le sale dove insegnava divennero sempre più grandi.

Attorno a lui arrivarono persone di ogni tipo.

C’erano coloro che avevano davvero sete di conoscenza, pronti a sacrificare tempo e fatica per imparare. Ma c’erano anche coloro che vedevano nel Maestro qualcosa di diverso: un’occasione per ottenere riconoscimento, prestigio e forse anche potere.

Il Maestro continuava a insegnare a tutti.

Poi arrivò la tecnologia.

All’inizio furono solo alcune fotografie.

«Serviranno a far conoscere la sua arte» gli dissero.

Il Maestro era dubbioso, ma accettò.

Poi arrivarono le telecamere.

Poi gli smartphone e con loro gli archivi digitali.

Le sue lezioni cambiarono volto. Ogni volta che il Maestro iniziava a spiegare qualcosa di importante, decine di schermi si alzavano davanti a lui.

Molti non guardavano più per capire.

Guardavano per registrare.

Non ascoltavano per trasformarsi.

Registravano per possedere.

Pensavano che conservare ogni parola, ogni gesto, ogni movimento significasse avere dentro quelle immagini anche il sapere del Maestro.

Ma il Maestro osservava in silenzio.

Forse aveva capito qualcosa che gli altri ancora ignoravano.

Un giorno, dopo aver dedicato tutta la sua vita alla sua arte, il Maestro lasciò questo mondo.

E fu allora che accadde ciò che nessuno avrebbe voluto vedere.

Il vaso si ruppe.

Gli allievi, invece di unirsi per continuare il suo cammino, si divisero.

Da una parte c’erano coloro che avevano vissuto accanto a lui per anni. Non possedevano grandi archivi, né centinaia di registrazioni. Possedevano qualcosa di invisibile: la disciplina, il metodo, il modo di osservare e di continuare a cercare.

Volevano andare avanti.

Volevano far vivere l’insegnamento.

Dall’altra parte c’erano coloro che sostenevano di essere i veri eredi del Maestro.

Avevano video.

Avevano fotografie.

Avevano registrazioni.

«Noi possediamo la sua vera eredità» dicevano.

Erano convinti che avere conservato il passato significasse possedere la conoscenza.

Ma avevano confuso il ricordo con la comprensione.

Avevano raccolto il guscio e dimenticato il seme.

Le discussioni divennero sempre più dure. Ognuno difendeva la propria parte, ognuno voleva dimostrare di avere ragione.

E mentre gli allievi combattevano per il possesso del sapere, il sapere stesso iniziava a svanire.

La scuola che il Maestro aveva costruito in una vita si spezzò.

Le stanze rimasero vuote.

Gli strumenti rimasero fermi.

E il grande insegnamento del Maestro sembrò dissolversi nel silenzio.

Passarono molti anni.

Una sera, un vecchio allievo tornò nell’antica accademia.

Camminò lentamente tra quelle mura ormai consumate dal tempo. Si sedette nella vecchia sala e trovò uno degli archivi lasciati dagli altri.

Aprì un vecchio video.

Sullo schermo apparve il Maestro.

Lo guardò a lungo.

Vide i suoi gesti, ascoltò la sua voce, osservò ogni dettaglio.

Poi, improvvisamente, spense tutto.

Aveva finalmente compreso.

Quelle immagini mostravano ciò che il Maestro aveva fatto in quel momento.

Ma non mostravano ciò che lo aveva portato fin lì.

Non mostravano i dubbi.

Non mostravano gli errori.

Non mostravano le migliaia di ore di ricerca che avevano preceduto quel gesto.

Mostravano una risposta.

Ma non la strada per arrivarci.

L’uomo sorrise.

Prese i suoi strumenti e ricominciò a praticare.

Non cercò di diventare una copia del Maestro.

Non camminò sulle sue vecchie impronte.

Perché aveva capito che il Maestro non aveva mai chiesto a nessuno di seguirlo.

Aveva chiesto loro di continuare il viaggio.

Così iniziò nuovamente a cercare.

E mentre muoveva i primi passi, sentì dentro di sé qualcosa ricomporsi.

Il vaso era ancora rotto nel mondo.

Ma dentro di lui era tornato intero.

Morale

Il vero sapere non può essere posseduto, fotografato o rinchiuso in un archivio.

Un’immagine può conservare un istante, ma non può contenere il percorso che ha generato quell’istante.

Un vero Maestro non lascia ai suoi allievi una risposta da difendere, ma una ricerca da continuare.

Chi si aggrappa soltanto al passato finisce per custodire un’ombra.

Chi ha il coraggio di evolvere mantiene viva la luce.

Perché la più grande eredità di un Maestro non è ciò che lascia scritto, filmato o registrato.

È il desiderio che accende negli altri di continuare a cercare.

 

Oss!! 🙇🏻‍♂️

M° S. Schetto
Direttore tecnico Heijo Shin Dojo di Colturano


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